Introduzione
Sempre più spesso gli insegnanti della scuola italiana si trovano ad
accogliere nelle loro classi alunni non italofoni. La necessità, indiscutibile,
di apprendere l'italiano nel più breve tempo possibile da parte dei nuovi
arrivati, porta spesso a fare delle considerazioni affrettate che però
potrebbero avere esiti poco positivi sia per quanto riguarda l'apprendimento
della L2 (nel nostro caso l'italiano), sia per quanto riguarda l'inserimento e
l'integrazione dell'alunno e della famiglia stessa, a scuola e nella società
italiana.
E' idea piuttosto diffusa pensare che mantenere la lingua d'origine sia d'intralcio all'apprendimento dell'italiano, come se il cervello umano non fosse in grado di immagazzinare troppe informazioni linguistiche o dando per scontato che la lingua materna di un bambino immigrato "non serva a nulla". Certo sarebbe molto diverso il pensiero di molti se il bambino neoarrivato, non italofono, anziché essere marocchino, cinese, indiano o altro fosse invece americano o francese. L'inglese e il francese hanno un ruolo e un'importanza sociale riconosciuti e il loro apprendimento o mantenimento viene sempre incoraggiato e stimolato. Nessun insegnante, educatore o altro penserebbe mai di dire ad un genitore anglofono di parlare in italiano a casa perché considera questo caso di bilinguismo una ricchezza per il bambino e per la classe. Ma allora solo apprendenti anglofoni e francofoni hanno sufficiente spazio nel loro cervello per poter affrontare contemporaneamente lo studio di una nuova lingua pur mantenendo la loro L1?